Mi scavi i cunicoli d’avorio addosso
e io sono la tua piccola fossa chirurgica
inoculata nel disastro pirotecnico
di ustioni e graffi, sputi;
ingoiata dal marciapiede
nelle iridi dei tombini.
Sotto alla panchina
della carne inutile,
un ventricolo nel vicolo buio
che tossisce veleno ubriaco
sul cimelio sacrale dell’umanità.

Voglio ancora una volta – oh sì –
assaggiare la ferita
zuppa di gasolio
al centro delle cosce.

Sguainando la pelle ti faccio godere,
dei piccoli quadratini col taglierino,
così vividi; geometrie assurde
sull’involucro dell’esistenza.

Benzine e detersivi
sul fango del mio corpo
che vuole andare solo poco più in là
dalla mattonella scucita sotto al petto,
dal foglio stracciato in cui è racchiusa la sua storia.

 

Flae Dissa

 

 

Disaster Poets

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