Corda che toglie il fiato, mi fa rarefatta
insemina il viso di graffi, smog e neve opaca
sul marciapiede dove alcolisti e zoppi
schiacciano il ventre, e il nevischio si sporca di me.
Fa vivermi l’opaco che si macchia del rosso,
perchè ingoio dottrine urbane
convinta dell’autoreferenzialità del sangue.
Il cemento così forte, col fascino che culla
fra tralicci e pilastri d’acciaio solcati
dimostra che vivo gettandomi fra rotaie
impastano la carne soffice, morbida, piegata.

Catena fra collo e caviglie
fa dondolare sul ramo spezzato
che entra negli occhi verdi.

Il ventre è algoritmo errato;
tre dita penetrate dentro le labbra
accarezzano la lingua
senza poter stringere le fauci
lui scartavetra la pelle sul petto.

Cagna al guinzaglio del caos
rovinata da ruggine e tagli
e un tatuaggio elettrico sotto la palpebra
fulmine di vita autolesionista.

 

Flae Dissa

 

Disaster Poets

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