Innaffiandosi nell’acne delle nuvole
affogarsi nel tessuto adiposo degli astri
fino in su
cyborg che fugge dalle ischemie dei coriandoli
per pagare la tassa delle ostilità.

Riflette dagli anfratti degli orifizi oculari
la nequizia di un cosmo perduto
galleggiando nel baratro delle melme.

Vorrebbe essere diversa,
solo per essere uguale agli altri,

perché dagli astri possa vedere mutare
le chimiche anafilattiche della pelle d’acciaio
e godere della crioconservazione della realtà.

L’artista e la musa sono la stessa materia
che poggia come un coito d’asfalto
su un oceano di tribù primigenee
dall’alto dell’atmosfera
nel simulacro senza identità;

se un organo ti offende lo taglierai via
come un ceppo di vite muffita
che incespica l’esistenza
per innescare la palingenesi dell’eterno giorno.

Adornata di aculei di insetti spaziali
rantolando dalle cartilagini di ghisa
onde radio sul cespite delle ore.

Sfrombolata da venti ignoti
sopra all’estetica delle antenne.
Sopra all’adunata solitaria delle anime
del bosco di Aokigahara
che dalle lunghe bocche
alitano l’ultimo grido.

Perderti nella voragine immateriale
che annulla l’esistente.

 

Flae Dissa

 

Disaster Poets

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